Si è rotto il sentiment
Cosa non sta funzionando nella strategia di Palazzo Chigi su social e new media.
Ciao e buona domenica,
eccoci all’uscita 132 di S’È DESTRA, la newsletter settimanale che racconta fatti, storie, culture, politiche delle destre in Italia e nel mondo. La scrivo io che sono Valerio Renzi, faccio il giornalista e mi occupo di comunicazione politica.
Oggi torniamo a parlare di come cambiano le strategie comunicativa della destra, tra l’imitazione del modello americano con la nascita di un ecosistema di pagine, influencer, podcaster, format e i limiti di affidarsi a una comunicazione incentrata sulle guerre culturali.
Vi segnalo l’uscita di un mio articolo su Lucy. Sulla cultura, in cui ho raccolto le voci di molti dei partecipanti italiani alla Global Sumud Flotilla che in questo momento ha ripreso a navigare verso Gaza.
Per non perderci di vista online: la mia mail è valrenzi@gmail.com, ho un profilo su X e uno su Instagram, su Bluesky e Mastodon. S’È DESTRA è anche un canale Telegram per tutte le cose che non stanno in una newsletter settimanale.
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Ora iniziamo!
Podcast, pagine, influencer, media company che spuntano come funghi. La destra italiana sembra avere appreso la lezione americana e sta investendo soldi e attenzione per occupare i social network. Negli scorsi mesi - con un’accelerazione nelle ultime settimane di campagna elettorale per il referendum della giustizia - abbiamo visto all’opera due meccanismi convergenti: da una parte un investimento diretto dei partiti di destra che hanno allargato le attività degli staff di comunicazione, dall’altra la cooptazione di influencer e pagine di denuncia del degrado.
Il volto pubblico, colui che sta dando la narrazione dell’investimento diretto sui social e nei new media è Tommaso Longobardi, responsabile della comunicazione sui social network di Giorgia Meloni. Longombardi è passato per la scuola della Casaleggio e Associati, e da qualche mese ha rotto la regola di chi lavora dietro le quinte: mettersi al centro del palco, ospite ambito di dibattiti e con gli host che se lo litigano. Presentato come lo stratega, qualsiasi cosa che tocca si vuole diventi un contenuto di successo.
Questa è la narrazione, ma sta andando davvero così? Le cose credo che siano un po’ più complesse, ma ci arriviamo. Intanto vale la pena sottolineare che se Longombardi si è formato alla scuola della Casaleggio, Pietro Dettori ha avuto un ruolo di primo nell’ascesa del Movimento 5 Stelle e di Beppe Grillo. Dettori, che ha gestito i social pentastellati, oggi è il titolare del Dors Media Srl, che tra le altre cose edita Esperia, uno dei progetti da cui si dipana una rete di pagine, contenuti, influencer a sostegno della destra di governo. Il volto pubblico di Esperia è Gino Zavalani, anche lui passato armi e bagagli dalla comunicazione “gentista” alla destra sovranista. L’altro socio della Dors Media Srl è la compagna di Longombardi, come ha raccontato un’inchiesta di Irpimedia e Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights, che pubblicata lo scorso gennaio su Wired ha fatto il punto su chi muoveva i fili della destra online.
E ci sarebbe proprio Dettori a tirare le file della strategia per assicurarsi la rielezione di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi nel 2027, costruendo una macchina fatta di bot, contenuti fatti con l’AI, pagine e volti per trasformare i like in voti, il sentiment in consenso elettorale. Quello che osserviamo è che il confine tra staff di comunicazione istituzionale, società di consulenza e creatori di contenuti “indipendenti” è così labile da sembrare non esistere, ma la strategia è decisa sempre a Palazzo Chigi.
La rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca ha allineato le big tech alle esigenze della destra. Se Elon Musk aveva già trasformato Twitter in X rendendolo il bengodi di cospirazionisti, suprematisti e razzisti, Meta ha cambiato velocemente le sue politiche adattandole all’idea di “free speech” della destra globale: essere liberi di dire bugie e perseguitare i poveri, gli oppositori, le persone razzializzate e quelle non eterosessuali. La vittoria di Trump in poche parole ha creato un ambiente digitale favorevole alla propaganda della destra globale.
Una situazione che non è sfuggita a molti creatori di contenuti già ben posizionati, che hanno deciso di buttarsi sempre di più in politica, finendo per entrare nell’orbita della maggioranza e così a fare direttamente campagna elettorale o a portare avanti campagne (in particolare sulla sicurezza) il cui clima giova alla destra. Il rapporto con la politica è diventato per questi creatori di contenuti, non solo un modo per ottenere legittimità e visibilità, con tanto di inviti a feste di partito e parterre istituzionali, ma anche per monetizzare. Di due casi diversi tra loro, come quello di Welcome To Favelas e di Simone Cicalone, abbiamo già parlato a lungo, ma negli ultimi sei mesi contenitori e contenuti della macchina di propaganda del governo si sono moltiplicati.
Nonostante lo sforzo profuso però, la strategia dei demiurghi digitali di Palazzo Chigi potrebbe non essere sufficiente. Il perché lo possiamo osservare nella campagna referendaria sulla Giustizia, terminata con il trionfo del no e una Waterloo per il Governo. La maggioranza partiva con un solido vantaggio, e la vittoria di un referendum molto tecnico difficilmente in grado di mobilitare l’elettorato, si è trasformato in una battaglia furibonda lontanissima dal merito del quesito, e che ha visto mobilitate in maniera massiccia ogni risorsa disponibile sul campo digitale.
Quando il Governo ha raccontato la magistratura come asservita ai centri sociali, alla lobby Lgbtq+ e chissà cosa altro, pronti a trasformare con le loro sentenze l’Italia in una nuova Unione Sovietica, il gioco si è rotto, qualcosa nel messaggio non ha funzionato. Non solo perché ha avuto l’effetto di mobilitare la controparte, ma soprattutto perché dall’inizio della legislatura ad oggi, una delle poche cose che ha fatto la destra al governo è stata inventare nuovi reati per punire il dissenso, i ravers, i maranza. Delle due narrazioni l’una.
Forse il video dello Youtuber Ale Della Giusta, in cui racconta che gli hanno occupato casa ma in realtà è tutto falso, non rientra in una campagna organizzata per creare un clima favorevole al governo e al sì al referendum, quel che è certo è che lo youtuber ha tentato di inserirsi nel dibattito pubblico sostenendo le tesi di chi racconta che esiste un’emergenza occupazioni. Non a caso, nonostante fosse assolutamente inverosimile la storia, commentatori e politici di destra si sono tuffati a sostenere e condividere la storia dello youtuber, che smascherato ha dovuto chiedere scusa.
Mentre nei giorni prima del voto scoppiava il caso del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro socio di un ristorante di un prestanome del clan Senese a Roma, e Giusi Bartolozzi, Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia Carlo Nordio, andava su una tv locale esclamando “Votate SÌ così ci togliamo di mezzo la magistratura!“, la destra continuava a utilizzare per la sua campagna elettorale il linguaggio delle guerre culturali, premendo l’acceleratore sulla demonizzazione dell’avversario, dipingendo l’Italia come un paese ostaggio dei violenti dei centri sociali in combutta con i magistrati, prendendosela con chi rimette in libertà gli immigrati stupratori e assassini, riempiendo i social di card, video AI e content di ogni tipo. Altri due casi mediatici sono stati arruolati dalla propaganda del Governo, quello della Famiglia nel Bosco, e la riapertura del caso dell’omicidio di Chiara Poggi. Visti i sondaggi Giorgia Meloni ha tentato l’ultima sortita sul voto giovanile andando a poche ore dalle urne a Pulp Podcast di Mr Marra e Fedez. Una mossa salutata come coraggiosa e geniale, che non è servita a nulla: tra gli under 35 il “no” ha vinto con il 61% dei consensi.
Il problema che il referendum ha evidenziato è che il linguaggio delle guerre culturali potrebbe non bastare per vincere le elezioni. Si possono prendere tutti i provvedimenti ideologici possibili, dalla crociata contro la farina di grillo ai reati ad hoc contro gli “eco vandali”, si può cancellare lo studio di Karl Marx dai programmi scolastici e favorire il finanziamento dei film che raccontano la storia dei grandi italiani, tutte cose che hanno effetti reali e anche drammatici, ma poi rimane il fatto che i salari sono fermi, l’inflazione galoppa, la politica estera schiacciata sulle guerre di Israele e Usa è insostenibile anche per l’elettorato più ideologizzato.
Non è un caso che dopo la batosta referendaria Giorgia Meloni abbia licenziato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e anche la ministra del Turismo Daniela Santanché, che aveva resistito nonostante le vicende giudiziarie, e abbia addirittura scelto di parlare con i giornalisti a più riprese, accettando di presentarsi in sala stampa per raccontare provvedimenti e risultati.
Il governo di centrodestra appare ancora in vantaggio, anche se il racconto di una leader infallibile in grado di risolvere ogni problema si ormai appannata. La domanda è se ora video di propaganda fatti con l’AI, influencer e social network saranno in grado di sopperire la mancanza di provvedimenti concreti per la vita dei cittadini, raccontando risultati inesistenti. Se riusciranno, di concerto con tv e giornali governativi, di dipingere la sinistra come un nemico così pericoloso e perverso da non guardare al portafoglio e alla propria vita materiale. Quel che è certo è che la battaglia sta per infuriare. E sul campo sono iniziate le grandi manovre.








