La fine dell'interregno
Ciao e buon sabato,
questa è l’uscita 123 di S’È DESTRA, la newsletter settimanale che racconta fatti, storie, culture, politiche delle destre in Italia e nel mondo. La scrivo io che sono Valerio Renzi, faccio il giornalista e da anni mi occupo di questi argomenti con libri, inchieste, articoli di cronaca.
Oggi proviamo a rispondere a questa domanda: siamo fuori dall’interregno di cui parlava Antonio Gramsci nei Quaderni del Carcere? Ripetutamente per descrivere lo stato di crisi permanente iniziata con quella finanziaria del 2008, da più parti si è fatto riferimento alla definizione di interregno così come viene abbozzata da Gramsci nei suoi appunti. Oggi ne siamo fuori?
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Ora iniziamo!
Da più di 10 anni circola questa abusata citazione di Antonio Gramsci nella versione rivista dall’artista Alfredo Jaar: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
Queste le esatte parole di Antonio Gramsci: “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
Il passo dei Quaderni del Carcere da cui è tratto quello che è diventato a tutti gli effetti un aforisma, ovvero una frase in grado di assumere un significato e una vita propria oltre il suo contesto, è tra i più citati di Gramsci. È ovvio il perché: sembra descrivere molto bene la condizione in cui siamo immersi. La fine della storia, intesa come rottura dell’idea che il binomio democrazia liberale e liberalismo economico rappresenti l’orizzonte ultimo dello sviluppo delle società umane, è finita, ma non esiste ancora una risposta alle crisi concatenate che si sono scatenate dal 2008. Prima la tempesta finanziaria, poi la pandemia globale, ora la Terza Guerra Mondiale a pezzi e il genocidio.
La nota è del 1930. Quando Gramsci la scrive si trova già da due anni nel carcere di Turi, e come molti altri brani titolati Passato e presente, affronta alcuni dei temi del dibattito politico e culturale che trovano spazio sulla stampa e la pubblicistica contemporanea.
Il dirigente comunista scrive: “Il problema è questo: una rottura così grave tra masse popolari e ideologie dominanti come quella che si è verificata nel dopoguerra, può essere guarita col puro esercizio della forza che impedisce a nuove ideologie di imporsi? L’interregno, la crisi di cui si impedisce così la soluzione storicamente normale si risolverà necessariamente a favore del vecchio? Dato il carattere delle ideologie, ciò è da escludere, ma non in senso assoluto”.
Queste parole ci suonano familiari, ci rimandano alla crisi che le istituzioni occidentali hanno conosciuto e che hanno portato all’affermarsi di fenomeni eterogenei, tutti caratterizzati dalla mancanza di fiducia verso il “sistema”, le “istituzioni”, il sistema di saperi che esse esprimono, compresi i saperi scientifici.
Credo che il complottismo e l’antiscientismo radicale da cui derivano i movimenti “no vax” e simili, potrebbero essere alcuni dei “fenomeni morbosi” di cui parlava Gramsci. I populismi che hanno dominato la scena degli anni Dieci invece credo che siano allo stesso un tempo un prodotto della “rottura” di cui parla Gramsci, senza esserne la soluzione, avendo tutti fallito nel tentativo di dare alla crisi uno sbocco, rimanendo impantanati nel presente senza provocare cambiamenti radicali pur alzano il termometro dello scontro politico.
Anton Jäger ha descritto questo cambiamento: dalla fine della politica, dalla politica intesa come esercizio dei tecnici e dei competenti, dove la scelta è ristretta dal pilota automatico, all’iperpolitica dove ogni cosa diventa tema di scontro, divisione, discussione, dove la polarizzazione aumenta a dismisura ma il discorso non si traduce in cambiamento effettivo.
Qualcosa oggi è cambiato? L’interregno è finito? L’uscita di emergenza per il neoliberismo è un nuovo fascismo?
La formale demolizione della legalità internazionale a Gaza e la nascita del Board of Peace, la costruzione di un apparato militare/tecnologico con la compenetrazione nel potere statale degli oligarchi della Silicon Valley, la smisurata concentrazione di ricchezza in pochissime mani che ha reso irrilevante la volontà di stati e cittadini. ci portano fuori dall’interregno in favore di una nuovo ordine? Forse dal punto di vista dell’architettura istituzionale, dalla fine di ogni infingimento sul rispetto della democrazia, dell’autodeterminazione dei popoli e della legalità internazionale, sì. Ma il “mondo nuovo” che Re e Oligarchi stanno preparando è solo una versione più dura di quello che viviamo, dove le gerarchie nella società vengono rafforzate per garantire il profitto degli stessi e l’ordine così come lo conosciamo. Il nuovo fascismo, se di questo si tratta, rafforza le gerarchie di classe, ma anche di genere e di razza.
Il neoliberismo, come ai suoi albori in Cile, torna a servirsi del fascismo non sapendo uscire dalle crisi che ha generato e continua a generare. Negli Stati Uniti è sempre più esplicito il dibattito sul chiamare fascismo la seconda amministrazione di Donald Trump, ne ha parlato per esempio Leonardo Bianchi in una delle ultime puntate della sua newsletter.
Alla fine dell’interregno c’è dunque una versione più cupa del mondo che già conoscevamo. Non un mondo nuovo, ma la fine delle illusioni cullate in Occidente sul fatto che quanto accadeva in “periferia” (un termine che ovviamente nel mondo di oggi non ha nessun senso), fosse non il nostro futuro bensì il mondo di ieri che sarebbe presto scomparso. Oggi invece gli stessi metodi, la stessa violenza utilizzati in “periferia” li troviamo proiettati nel territorio metropolitano o ai nostri confini. La “rottura” di cui parla Gramsci non si sta risolvendo in un ritorno del vecchio come lo conoscevamo, una favola che per molti anni ci hanno raccontato le élite liberali e responsabili e pragmatiche, ma nel doppio rovesciato e terribile della realtà della fine della storia. Possiamo pensare alla fine dell’interregno se lo facciamo non pensando a una nuova epoca di stabilità ed equilibrio, bensì al definitivo ingresso in un tempo segnato dalla guerra e dal caso.
Rileggendo più le parole dei Quaderni viene anche da pensare però che per Gramsci il fascismo non rappresentasse la soluzione della “rottura”, ma il suo momento più drammatico o almeno uno dei suoi esiti possibili. Oggi sta decisamente a noi lasciare aperta la rottura perché non si richiuda, affinché il nuovo regno non sia quello dei Trump.







“Dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario”. Questa definizione del fascismo risale pressapoco ai tempi in cui scriveva Gramsci, ed era della Terza Internazionale. Oggi mi sembra anche più aderente alla realtà: in ottanta anni di -relativa- pace il capitalismo ha creato una ristretta super-razza di ricchi che detengono privatamente risorse maggiori dei bilanci di molti stati e utilizzabili con meno vincoli di quelli che può avere un governo (non solo democraticamente eletto, vedi la sorte di Maduro e ora della teocrazia iraniana). I Krupp e i Falck occultarono il loro lucro nelle due guerre mondiali grazie a opinioni pubbliche stordite dal martellante culto neopagano della Nazione e della Razza, e parate di bricconi col braccio teso. Oggi questo scrupolo è inutile, perché con i soldi che possono mettere sul tavolo e la proprietà privata di risorse strategiche (IA, reti satellitari, materie prime) si sdogana qualsiasi nefandezza e qualsiasi avventurismo. Per tornare rapidamente a Gramsci, mia opinione è che sotto questo aspetto Meloni e AFD sono già vecchi, costituzionalmente in ritardo: nel terzo millennio il capitale diventa politica senza intermediari, la rincorsa per salire sul carro del vincitore inutile perché è il non dovere niente a nessuno che lo ha reso quello che è.
Alla fine di queste guerre saremo tutti più poveri: ariani e clandestini, Vannacci e i transgender si troveranno tutti con l’identica tessera annonaria. E’ su questa contraddizione che ci si può e ci si deve gramscianamente confrontare. Buon sabato anche a te Valerio, grazie delle tue riflessioni.
Ho sempre faticato a seguire Gramsci (sono una zuccona in filosofia), questa analisi però me lo rende più comprensibile in questa parte del suo pensiero. Contribuendo ad aumentare la mia ansia, peraltro.